Il lavoratore: un nuovo idola?
L’uomo è per natura portato a vivere all’interno di una comunità; anche nel lavoro, dipendente o freelance che sia, egli è costretto in un certo modo a dover relazionarsi con colleghi, fornitori o clienti. All’interno di questa triade di interlocutori non è possibile - per l’essenza intrinseca della sua complessità - intercettare caratteri e personalità che risultano analoghi gli uni con gli altri. È un dato di fatto: c’è chi è più accomodante e chi, invece, è a prescindere ostativo nei confronti dell’altro con cui ha all’attivo un dialogo.
In un contesto come quello tratteggiato, che è in verità parte della quotidianità di ciascuno di noi, emerge la necessità di sviluppare una approccio che sia diverso di volta in volta rispetto alla controparte. È una proposizione che può apparire banale, quasi scontata, eppure non è raro il fatto - di per sé plastico - che ci costringere a guardare in faccia la realtà: parecchi professionisti non sanno adattarsi e mantengono lo stesso registro linguistico e lo stesso linguaggio non verbale indipendentemente da chi hanno davanti.
Possiamo dire che, a modo loro, hanno imparato una parte, interpretano un ruolo che ormai hanno così ben assimilato che gli risulta difficile poter essere-altro. Sembra una rivisitazione moderna degli idola di Bacone: o, anzi, un nuovo tipo di idola che, volendo masticare un poco di filosofia, si potrebbero chiamare hominis - cioè: dei pregiudizi connaturati che l’uomo ha di sé prima che degli altri e che lo costringe ad assumere dei panni, degli atteggiamenti e del vocabolario soltanto in virtù del ruolo affidatogli da terzi.
Ora, scorgendo un panorama di tal fattura è lampante la desolazione che può cogliere il lettore meno attento. L’impressione è che sia un orizzonte fisso e immobile che non prospetta alcuna possibilità di cambiamento. Ed è qui che, invece, il lavoro su di sé entra in gioco: come Francis Bacon, pur intercettando tali archetipi, non prevedeva una loro fissità ma una possibilità di superarli, anche noi possiamo maturare la convinzione, prima ancora dell’atto, della possibilità di poter decostruire questo nuovo idola permettendo dopo la pars destruens di intraprenderne una costruens.
Questa decostruzione non è un atto politico ma filosofico. O meglio: è politico perché avviene in seno alla comunità, pur portata avanti dall’individuo, ma è prima ancora e soprattutto filosofico perché entra in gioco il logos (e le dinamiche ad esso connesse) nella sua duplice veste di pensiero e parola. Nel corso della sua attività speculativa Ludwig Wittgenstein scrisse nel suo Tractatus Logico-Philosophicus che “i limiti del mio linguaggio costituiscono i limiti del mio mondo”: volendola interpretare con lo sguardo rivolto al mondo del lavoro il senso che trasuda da questa proposizione è, in un certo senso, rovesciato. Perché sono io, me stesso, attraverso il vocabolario che io in prima persona decido di coltivare, che creo una versione di me che risulta confinata a un archetipo o a un ruolo.
È, perciò, attraverso lo studio del mio linguaggio che posso intercettare quelli che sono i limiti che ho deciso io di edificare nel mio mondo, e per converso del mio atteggiamento. È una strada duplice, perché prevede un inventario della parola e dei gesti prima di proseguire verso la loro rimozione temporanea; per ricostruire il nuovo edificio del sé-agente, così si potrebbe definire l’uomo concretamente operativo nel mondo, non è necessario infatti recepire solo del nuovo materiale da costruzione - può pure essere deleterio. Ciò che è già stato come attributo o ideologia non è a prescindere nocivo, tutt’altro paradossalmente può essere necessario per orientare la nuova costruzione.
L’individuo, a nostro avviso, non si può ricostruire ex novo; al più, per sfruttare ancora il linguaggio edilizio, si può ristrutturare - vale a dire ridar nuova vita a una struttura vetusta o di per sé seriamente compromessa senza che sia necessario eliminare ciò che è già stato: perché, e lo diciamo provocatoriamente, quello è parte della sua natura. Immaginiamolo come una pietra: essa ha un suo nucleo, è più o meno friabile, può essere anche più o meno modellabile - ed è una sua caratteristica che non si può cambiare. Così è l’individuo il quale, avendo assimilato determinati atti e idee, gli ha fatti così propri da far sì che diventassero parte della sua natura. Ma la pietra si può levigare e darle nuova forma; così pure l’uomo che per quanto accidente è dotato di senno: e ritrovando quelli che sono i suoi acta cotidiana, studiandoli e leggendoli può scriverne altri e far propri anche questi.
Nel mondo del lavoro questa è una caratteristica che può essere decisiva: il saper battere con lo scalpello per dare nuova forma - e nuova vita - al proprio esserci nel mondo senza soffermarsi a quella figura già data che, il più delle volte, è deforme, grezza e rozza. Gli idola hominis sono dei viatici per l’homo melior; l’individuo saggio li individua e su di essi vi lavora incessantemente - il suo compito, tuttavia, non si ferma: può, se non deve, lavorare insieme agli altri perché quel quotidiano inadattarsi via via ceda il posto a un nuovo elemento distintivo - l’adattabilità.